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Cosa succede quando il Design Thinking incontra il Crowdtesting?

Era già stato dimostrato che l’approccio del Design Thinking aumenta la capacità di decision making delle aziende (e delle persone). Ma quali sono i benefici che derivano dalla fusione con il CrowdTesting? 

A rispondere sono un esperto di Design Thinking e, ovviamente, uno di Crowdtesting. Luca Gastaldi (ricercatore del Politecnico di Milano e Co-Direttore dell’Osservatorio Design Thinking for Business) e Luca Manara (CEO e Co-Founder di AppQuality), in un articolo scritto a quattro mani per EconomyUp hanno evidenziato come i benefici del Design Thinking possono essere amplificati attraverso il crowdtesting (link all’articolo disponibile in fondo alla pagina).

Prima di entrare nel vivo dei benefici che derivano dall’intreccio di Design Thinking e CrowdTesting, facciamo un passo indietro: cos’è il Design Thinking?

 

Diamo una definizione di Design Thinking

Se cerchiamo “Design Thinking” su Google otteniamo circa 1.280.000.000 risultati tra workshop, corsi di formazione, certificazioni, webinar e articoli. Se ne parla ovunque e tutti, almeno una volta, ne hanno sentito parlare. Ma cos’è il Design Thinking?

Per riassumere più di un miliardo di risultati in un paragrafo possiamo dire che è una metodologia di progettazione che ha un approccio teso verso la risoluzione delle problematiche. Il Design Thinking può essere implementato in maniera flessibile, fungendo quindi sia da struttura per la progettazione/ ideazione sia come piano d’azione per un progetto o una attività.

Sono 5 le fasi che lo contraddistinguono e lo rendono efficace: enfasi, definizione, idea, prototipo e test. In sintesi, la prima fase ha come risultato una conoscenza empatica del probema da risolvere, visto che l’empatia permette ai design thinker di mettere da parte le loro supposizioni personali per avere un punto di vista dell’utente e dei suoi bisogni e per comprendere i problemi che possono stare alla base dello sviluppo di un prodotto o servizio. Una volta raccolte tutte le informazioni, si può passare alla fase di definizione del problema, utile ai designer per stabilire funzionalità, caratteristiche e altri elementi utili a superare il problema. Qui infatti inizia la terza fase, quella di ideazione di soluzioni a partire, ad esempio, dal brainstorming. Il team predisposto produrrà una o una serie di versioni prototipali del prodotto per identificare la migliore soluzione possibile ad ogni problema identificato. Il quinto e ultimo step è il testing delle soluzioni, ma in realtà si tratta di un processo continuo perché i risultati di questa fase sono spesso usati per ridefinire i problemi degli utenti e comprendere meglio le loro necessità.

Come abbiamo detto, però, si tratta di un processo flessibile, non lineare, quindi è possibile, ad esempio, che diversi team svolgano più fasi contemporaneamente o che i designer raccolgano informazioni e creino prototipi durante l’intero processo per aiutare a “visualizzare” le soluzioni.

Come si integra con il Crowdtesting?

L’attenzione verso l’esperienza d’uso (UX) digitale è in crescita, e il crowdtesting diventa sempre più un asset fondamentale del Design Thinking. Se teniamo a mente le fasi che costituiscono il Design Thinking, è facile anche intuire il perché. Analizziamo come in ogni fase del processo di Design Thinking il Crowdtesting riesce a dare un apporto fondamentale.*

Proprio nella prima fase troviamo il primo punto di incontro: se l’obiettivo è la conoscenza empatica del problema, gli utenti reali stessi possono certamente aiutare a raccogliere le informazioni.

“prima di una sessione di sprint è possibile eseguire dei test remoti tramite cui raccogliere i feedback degli utenti e definire gli esatti punti dove questi incontrano problemi da dare in input alle fasi successive del processo di innovazione di prodotto/servizio”

Grazie al crowdtesting arriviamo più facilmente (ma soprattutto molto più rapidamente) alla fase di formulazione del problema. A questo punto servono le idee, e qui, ancora, torna utile il crowdtesting:

“l’utilizzo di tecniche quali il “Thinking Aloud” permette di ottenere in modo strutturato e massivo le impressioni/riflessioni degli utenti sulla loro esperienza d’uso e gli obiettivi che vorrebbero raggiungere”

Siamo arrivati alla creazione del prototipo che serve anche a far emergere nuove idee. Per questo è utile, anche in questa fase, coinvolgere l’utente reale. Come spiegano Luca Gastaldi e Luca Manara:

“per ogni prototipo generato è possibile raccogliere molte informazioni quasi in tempo reale sulle reazioni dell’utente, valutando in modo oggettivo e supportato da solide evidenze empiriche le intuizioni progettuali sviluppate durante il processo di Design Thinking.”

Il Design Thinking, infatti, è una metodologia flessibile, quindi dal prototipo al prodotto finito saranno emersi nuovi problemi, nuove idee, nuove soluzioni e quindi nuovi prototipi tutti pronti da testare insieme al crowd.

Le aziende che impiegano il crowdtesting per fare Design Thinking hanno quindi principalmente questi benefici (dall’articolo di cui sopra):

“un’applicazione nel contesto d’uso proprio del cliente e, pertanto, la raccolta di feedback più naturali, poco influenzati dalle condizioni specifiche in cui il prototipo è testato;

la possibilità di ingaggiare utenti tester appartenenti a diversi target, osservarli e ascoltarli durante l’utilizzo del prodotto e confrontarli facilmente tra loro;

una velocità molto elevata nell’esecuzione dei test, anche in poche ore, e costi di gestione limitati (grazie all’utilizzo di piattaforme studiate per fare questo tipo di attività e gestire molteplici passaggi automaticamente, come il rewarding finale ai tester).”

Vuoi leggere l’articolo di Luca Gastaldi e Luca Manara?

*Tutte le citazioni sono tratte dall’articolo di Luca Gastaldi e Luca Manara.

La grafica sulle fasi del Design Thinking è di Interaction Design Foundation